Premessa

Nella notte del 15 Gennaio 1968 un terremoto di immane violenza sconvolse la Valle del Belice, distruggendo integralmente sei poveri e popolosi paesi: Salaparuta, Poggioreale, Gibellina, Santa Ninfa, Montevago e S.Margherita Belice.
Le vittime furono 500 e rimasero senza tetto 98.000 persone.

Ci vollero parecchi giorni prima che tutta questa gente trovasse ricovero, almeno sotto le tende e parecchi mesi prima che si provvedesse ad una loro sistemazione in baracche.

Arch. Michele Benfari - Ing. Benedetto Guarino --Ing. Pippo Oliveri -
Venne quindi il tempo delle promesse: di un'immediata ricostruzione degli abitati, di una rivalutazione economica complessiva delle risorse della zona e di radicali interventi strutturali e infrastrutturali,Superato il momento dell'emozione, si pensò tuttavia alla costruzione delle baracche come ad un atto di definitiva solidarietà e ad una soluzione del problema.
E nel peggior senso negativo lo era realmente: sia per il costo dell'operazione, che ad un'Amministrazione più avveduta e sagace sarebbe bastato per ricostruire davvero i paesi, sia per gli effetti sociali che avrebbero avuto le baraccopoli.

Lungi dal rappresentare soluzioni di emergenza e dunque temporanee, esse si avviarono a diventare per lunghi e dolorosi anni l'unica realtà abitativa per la popolazione che ne subì via via un senso crescente di disagio psicologico, morale e fisico.
Né la ricostruzione, che pure in questi anni ha proceduto faticosamente, ha badato a riaffermare i valori che invece avrebbero dovuto costituire la trama dell'intera operazione: il recupero dell'identità, delle radici, della tradizione della memoria. La costruzione dei nuovi centri nel Belice è stata invece casuale ed episodica, senza una chiara visione del recupero delle fonti culturali delle popolazioni e degli sviluppi economici collegati a tali necessità .
Dal punto di vista urbanistico e architettonico ne sono derivati scompensi macroscopici, sia per quanto riguarda la pianificazione delle reti strutturali che per l'edificazione dei nuovi fabbricati, che nella maggior parte dei casi rappresentano tipologie e modi d'uso assolutamente estranei al territorio e alla cultura tradizionale degli abitanti, pur avendo in conto che non è pensabile ricalcare modelli sociali e tecnici ormai superati. La terra del Belice, formata da colline e dolci declivi verdi, popolata da un'architettura urbana definita da tipologie semplici strettamente legate alla dimensione agricola e rurale, è stata violentata una prima volta dalla catastrofe naturale, poi dalla mano dell'uomo, in modo forse grave quanto la prima, certamente più criminale.
Quella terra sfortunata, avrebbe avuto bisogno di essere curata e risanata nelle sue ferite con interventi modesti, sobri e al tempo stesso risolutivi, mentre è stata brutalizzata da costruzioni faraoniche e da megastrutture.
Lo spazio reso vuoto dalla calamità, che ha cancellato presenze e testimonianze, è diventato il terreno di gioco per una cultura architettonica ed urbanistica che ha finito per progettare episodicamente ed esclusivamente per se stessa, producendo sovente il delirio.
Progettisti troppo distanti e troppo poco attenti hanno dato, nella ricostruzione della Valle belicina,
libero sfogo alle loro ambizioni mirando soprattutto a lasciare il segno esterno del loro passaggio, ma ignorando storia e cultura locale, bisogni reali e legittime aspirazioni.
Nessun tentativo è stato fatto per collegarsi alle tradizioni di quella terra antica, nessun atto di comprensione per capire ciò di cui le popolazioni avevano bisogno e cioè di essere guidate e assecondate evolutivamente nella definizione di spazi e insediamenti. Sono nati così paesi squallidi, simili alle new towns inglesi, città che sono già periferia prima di nascere. Ma un misfatto ancor più grave è stato perpetrato ai danni delle nuove generazioni che, nate in questi insediamenti anonimi, in case estranee alla cultura dei padri, questa cultura disconoscono diventando eterni emigrati nella propria terra.
Quando la generazione di chi ha vissuto nei vecchi centri e che ha subìto l'esperienza del terremoto non ci sarà più, scomparirà un pezzo di storia materiale e un pezzo di storia di ogni abitante del Belice cadrà nell'oblìo.

Cenni sulla storia del paese e della chiesa

Il primo insediamento di Santa Margherita Belice risale a preesistenze arabe e più precisa mente a quella del Casale Manzil-Sindi su cui si sviluppò, in epoche successive, il paese dei Corbera.

La recente storia del paese ruota attorno alle vicende del Palazzo Cutò-Filangeri che, fin dalle origini è stato il segno distintivo del potere politico locale, presiedendo alle trasformazioni del territorio e al suo ripopolamento.
Altri edifici rappresentativi nella zona, sorti con lo specifico ruolo di poli centripeti per l'attività e le iniziative agricole, oltre che di attrezzatura collettiva, nel XVI sec. si trasformano da emergenze di natura a emergenze di cultura adeguandosi alle aspirazioni di rappresentanza delle nuove classi dirigenti attraverso l'edilizia civile, i Palazzi e le Chiese, che svolgeranno un ruolo marginale nella vita e nello sviluppo della comunità, ma diventano riferimenti fisici e soprattutto ideologico-culturali dell'intero insediamento urbano.
Così il panorama di nuova fondazione, si offre in una decisa struttura gerarchica: case e monumenti, le cui qualità formali e materiali divergono profondamente le une dalle altre.
Sono i Corbera, catalani d'origine, che nel 1572 ottengono da Filippo Il la licentia populandi per dar vita ad una nuova terra che verrà chiama Santa Margherita, in memoria di Margherita Requenses.
Attraverso incoraggiamenti e concessioni baronali, Antonio Corbera, avvia un processo di ripopolamento della terra nuova, favorendo la costruzione di abitazioni e di edifici celebrativi.
L'incremento urbano del borgo è poi continuato dal suo successore Vincenzo, il quale impegna le proprie risorse economiche anche per l'edificazione di alcune chiese, tra cui Santa Maria delle Grazie (1593) in origine chiesa Madre del paese.
Ma colui che dà un volto nuovo all'organizzazione spaziale del borgo, avviando un intenso processo di sviluppo e di riforme è Alessandro Il (1696-1761), che fa ampliare il nucleo originario del palazzo baronale, facendo costruire un maestoso teatro con volte affrescate; fonda l'Orfanotrofio e il Collegio di Maria, costruisce la casa della caccia detta Venarla e fa erigere un lungo palazzo (che più tardi prenderà il suo nome), definendo spazialmente l'area su cui prospetta il palazzo Cutò-Filangeri.
Con Alessandro II scompare definitivamente una lunga discendenza di famiglie nobiliari che hanno dato vita ad una organizzazione sociale e urbana definitiva e armonica in cui i pochi tipi architettonici - la casa unifamiliare e l'edificio religioso - hanno determinato un chiaro e gerarchico sistema di relazioni sociali.

I1 prima e il dopo, a Santa Margherita Belice, sono molto evidenti e la Soprintendenza per i BB. CC. AA. di Agrigento, lungi dal voler rinfocolare polemiche mai sopite sulla ricostruzione, ha tentato, attraverso questo piccolo progetto di recupero, di risolvere la questione tra continuità e discontinuità, fra stabilità e morfogenesi dell'architettura; di ritrovare, in breve, la fisionomia scomparsa, ancora fortemente presente, anche se sopita sotto la polvere, tra i ruderi e i detriti, tra muschi e licheni impregnati di ricordi.
Il Progetto

La chiesa di Santa Maria delle Grazie a Santa Margherita Belice, ha patito gli effetti del disastroso sisma del 1968 perdendo copertura, muro laterale della navata sinistra e parte del presbiterio. il lato superstite della navata si è avvalso del positivo contributo degli edifici contermini, peraltro anch'essi pesantemente danneggiati dal sisma.
Un primo marginale intervento di consolidamento a salvaguardia della compagine muraria è statoeseguito dalla Soprintendenza per i BB. CC. AA, di Agrigento nei primi mesi del 1994 consen tendo di salvare gli elementi decorativi a stucco di particolare pregio soggetti a continui ed inesorabili crolli.

Gli obiettivi del nuovo intervento non sono rivolti alla sola conservazione della significanza storica, ma anche alla riproposizione dei volumi e alla tutela dei frammenti di architettura di quel tardo barocco che, nell'entroterra siciliano, ha avuto il maggior fulgore. La riproposizione volumetrica è dunque completamente trasparente, e la combinazione di elementi strutturali non interagisce con i brani e le partiture del manufatto in modo da fargli conservare integra la propria fisionomia.
Altre due importanti finalità sono state: la riapertura del dialogo interrotto dal sisma con l'antico quartiere di San Vito (salvato dalla volontà demolitoria dell'uomo da un quanto mai provvidenziale decreto presidenziale di inedificabilità assoluta) e la restituzione all'immagine urbana della prima Chiesa Madre dell'antica città dei Corbera.
Nella realizzazione di quest'opera, alta circa Il metri, la scansione dei paramenti murari ori ginari viene ripercorsa dagli elementi portanti in acciaio e legno lamellare in un singolare confronto tra la specificità del nuovo sistema strutturale e la configurazione massiva della muratura sopravvissuta alla violenza del terremoto. i problemi strutturali hanno imposto l'adozione di particolari precauzioni, date le modeste caratteristiche meccaniche delle preesistenze e il problema del collegamento agli antichi presidi murari è stato particolarmente difficoltoso dal contatto e dagli impedimenti costituiti dai ruderi degli edifici confinanti.

Sembrava che nei confronti di questo rudere dovesse vigere la teoria ruskiniana del non intervento con l'accettazione serena dell'inevitabile rovina ovvero la libera disgregazione. In questo caso il visitatore sarebbe stato portato a condividere l'interpretazione misticonaturalistica del monumento e degli effetti che il tempo e la natura hanno su di esso, con ascendenze e riferimenti nella poetica del sublime, condividendo la teoria dello studioso inglese quando afferma che nella sublimità delle crepe, o dellefratture o nelle maccbie o nella vegetazione cbe assimilano Parcbitettura all'opera della natura ( consiste) la sublimità esteriore dell'arcbitettura.
L'obbligo alla tutela derivante dalla legge non è tuttavia quello di fornire ai più fortunati e forse ai più sensibili, la contemplazione di una rovina che li avvicini al sublime, quanto quella di conservare per le generazioni future, almeno quanto ci è pervenuta, un'opera d'arte e un frammento di storia.