La storia

Le fonti storiche sulle origini di Sciacca sono concordi nel citarlo come luogo abitato fin dall'epoca preistorica: lo storico saccense Mario Ciaccio si spinge un po' più oltre affermando che i primordi della città "precessero l'epoca dei Sicani'.

Di certo erano state rinvenute, ai primi del '900, alcune necropoli sicane e testimonianze di una civiltà senza dubbio precedente a quella greca.

Arch. Michele Benfari
Nella storiografia siciliana più antica, dovuta al Fazello e all'Amico, queste fasi molto remote del territorio saccense vengono taciute. Soltanto attraverso un rinnovato e particolare interesse per le ricerche archeologiche vengono portati alla luce, nelle viscere vaporose del monte Kronio, cocci di vasellame con intagli decorativi impressi sull'argilla prima della cottura con la pressione di una conchiglia sull'orlo ondulato, datati intorno al 7500 a.C. (neolitico antico), epoca riferibile alla prima colonizzazione agricola della Sicilia.
Questa tecnica e sintassi decorativa sono state per la prima volta documentate nella grotta cosiddetta "del fico" e denominate "stile del Kronio". In seguito esso è riconosciuto come il modo di fare e ornare la ceramica che si estende in tutto il territorio occidentale della Sicilia e nell'arcipelago maltese, mentre ad oriente, in prossimità di Siracusa, si sviluppa parallelamente un tipo di ceramica denominata "di Stentinello" dal nome di un villaggio ritrovato da Paolo Orsi alla fine del secolo scorso.

La frequentazione abitativa nelle grotte del Kronio diviene meno intensa a partire dal neolitico medio (c.a.5000 anni fa) fino ad interrompersi improvvisamente alla fine dell'età eneolitica (c.a. 3800 anni fa). Tale evento, certamente connesso con il drammatico insorgere del fenomeno vaporoso, renderà il luogo inospitale per cui i greci lo useranno soltanto per ragioni di carattere culturale.
Proprio questi ultimi, nel VII sec. a.C., frequentano le grotte e lo fanno, oltre che per ragioni religiose, anche per scopi terapeutici, come dimostrano alcune opere murarie eseguite al fine di convogliare il salutare vapore in un solo punto: l'Antro di Dedalo.
Diodoro Siculo, lo storico siciliano di Agira, attribuisce infatti la prima sistemazione termale della grotta a Dedalo, il mitico architetto cretese fuggito in Sicilia per riparare poi presso Cocalo, re dei Sicani. L'esame stratigrafico dell'ultima spedizione archeologica del marzo '86, ha decretato, inoltre, una presenza umana ininterrotta fin dal neolitico inferiore .
Notizie della presenza dei Sicani nell'agro saccense ci vengono fornite da Pomponio Mela (40 a.C.), che nel libro 11 - cap.II della sua "De desctptione Siciliae', scrive: "InterPacbinum et Lilibeum possídere Sicani e Agracam et Heracleam et Thermam (Sciacca).
Già al tempo dell'espansione delle colonie greche, Selinunte aveva fissato i confini del suo territorio nei due avamposti di Mazara, ad occidente, e delle Thermae Selinuntinae (Sciacca), ad oriente. Qualche secolo dopo, quest'antica borgata abitata prevalentemente da artigiani dell'argilla (i vasellai), si accresce con una parte della popolazione di Selinunte, scampata alla distruzione della città da patte di Annibale (408 a.C.).
Più tardi, dopo il conflitto tra Cartagine e Roma, conclusosi inSicilia con la vittoria di quest'ultima (210 a.C.), Sciacca assurge a stazione postale: come emerge dalla tavola Peutingeriana, un'antica carta geografica del XIII sec. compilata su documenti che vanno dall'età di Augusto a quella di Costantino.
E' possibile individuarvi un edificio quadrato denominato Aquas Labodes, come venne chiamata dai romani Thermae Selenuntinac, oggi Sciacca. Nell'area della Valle dei Bagni prima, e in altre zone con insediamenti sparsi dopo, si inserisce il nucleo arabo (840 d.C.) adottando una tipologia insediativa autonoma, in uno spazio concavo circondato da rocce disposte ad anfiteatro come elemento di difesa naturale rivolto verso il mare. Da una lettura attuale, questo elemento naturale può essere ritenuto come la prima adozione difensiva della città. Tanto più che i vari circuiti difensivi, che nella loro evoluzione saranno rappresentativi della storia urbanistica di Sciacca, calcheranno la traccia dettata dall'orografia naturale, che sarà quindi una vera e propria guida dei futuri perimetri murari.
Durante la dominazione araba, la città aveva già raggiunto un'organizzazione articolata con proprie microstrutture, estendendosi anche verso la campagna. Esempi di questa divisione. rionale sono i due quartieri dei "figulini" e della "cadda", ognuno caratterizzato da una peculiare fisionomia etnico-corporativa.
In seguito gli arabi, con la nascita del rabato, posto nella parte alta della città e con una organizzazione urbanistica in schiere che racchiudono sequenze ininterrotte di spazi comuni (i cortili), cominciano a coniare monete con l'emiro aghlabita Ziyadat Allah (835 d.C.). La casa saccense di tradizione musulmana è uno spazio introverso e geloso. Alti muri di grande spessore la isolano dalla strada e l'ingresso avviene mediante un atrio coperto o piegato a gomito, la "saqifab", mentre le risorse idriche vengono assicurate da un pozzo, il "bir".

Ciascuna di queste caratteristiche, comprese piccole aperture verso l'esterno per il passaggio filtrato dei raggi solari, garantiscono una buona difesa dal caldo. Il patio è un elemento importantissimo della climatizzazione dell'abitazione islamica.
Le dimensioni limitate fanno sì che rimanga in ombra durante tutto il giorno, ed in esso si mantenga una temperatura media più bassa rispetto all'esterno. Attraverso gli alti soffitti provoca un movimento convettivo dell'aria garantendo, anche a finestre chiuse, un efficiente "tiraggio".
Quando il Conte Ruggero d'Altavilla cingerà di mura la città (1090 circa), formando la cittadella normanna in quell'area che sarà chiamata "Ruccera", il perimetro delle mura avrà come limite, a sud, i punti in cui le curve di livello si infittiscono a segnalare un declivio sul mare, e a nord comprenderà appena la rocca sulla quale verrà costruito il Castello 'Vecchio, ai piedi del Rabato.
La ricostruzione del perimetro delle mura normanne, malgrado gli studi dell'ultimo decennio, non è documentabile perchè la città ha subito nel tempo un arrogante abusivismo edilizio che ha cancellato gli assi viari, prima arabi e poi spagnoli.
Nei primi decenni dei '900 sono stati trovati dei cippi sepolcrali con epigrafi arabe in luoghi che tendono a dimostrare che i normanni stabilirono con gli arabi stretti rapporti di collaborazione. Lapidi marmoree quadrilingue (latino, greco, arabo, giudeo-arabo) documentano l'eccezionale rapporto multirazziale tra le variegate popolazioni dell'intera isola nei secoli XI e XII.
Con l'affermazione degli Altavilla, la politica della famiglia reale diede vita a un sistema in cui la supremazia del capo fosse indiscutibile sia nei confronti di altri Imperatori come anche del Pontefice e della "base".
Quando infatti Ruggero Il assunse il titolo di re di Sicilia, del ducato di Puglia e del principato di Capua, nella notte di Natale del 1130, creò uno Stato accentrato, burocratico e senza alcuna partecipazione dei sudditi.
Egli riceve il regno in dono direttamente da Dio: un mosaico della chiesa palermitana di Santa Maria dell'Ammiraglio, raffigura
Ruggero proprio nel momento in cui il Cristo Pantocratore gli pone sul capo la corona. Il succedersi del dominio normanno, determina un mutato regime amministrativo improntato alla difesa; da qui la costruzione della nuova cinta muraria e la edificazione della "rocca" che, delimitando rigorosamente lo spazio urbano, conferisce alla città un'aspetto insulare.
Nel 1200 Federico Il di Svevia riconosce Sciacca "città demaniale"; le viene concesso il magistrato comunale e la rappresentanza nei parlamenti. Il centrismo di Federico, il suo assolutismo, peraltro apparentemente corretto, permise alla municipalità una certa autonomia amministrativa e speranza di più ampie libertà comunali che si tradussero nel consolidamento delle mura normanne e nell'ampliamento di alcune aree strategiche sotto il profilo difensivo.
Nel 1335-36 vennero costruite, per ordine di Federico Il d'Aragona, le nuove mura; questo circuito più ampio si legò al castello Vecchio e ai siti rivolti a Nord e a Sud, con l'opportunità di aprire nuovi accessi: Porta di Mare, Porta San Salvatore, Porta Palermo, Porta San Calogero e Porta Bagni.
Il principio difensivo adottato, in linea con le correnti tipologie di difesa, dovette essere una cortina muraria potenziata da torri. D'altra parte, i rifacimenti e gli interventi successivi al bastionamento del XVI sec. hanno cancellato ogni traccia utile per riconoscere il sistema difensivo. Tanto più che nel 1380 si inserisce, in posizione dominante, il castello Luna,che ha il fulcro nel possente mastio quadrangolare, da cui era possibile abbracciare, in un giro d'orizzonte, la costa sinuosa di Capo Bianco fino al sito dell'antica Eraclea Minoa.
Nel XVI sec. la difesa della città si avvaleva quindi di due recinti murari: il più ampio, quello federiciano, racchiudeva il circuito edificato da Ruggero d'Altavilla.

Ma è nel'500 che questo sistema difensivo assunse la fisionomia di vero e proprio apparato militare, organizzato secondo gerarchie e relazioni tra i capisaldi del circuito, leggibile tutt'oggi.
Nel quadro di un impegno generale per la difesa dell'isola, Carlo V ordinò nel 1543 la ricostruzione e la riparazione delle mura della città. Quest'intervento, iniziato sotto il viceré Gonzaga di concerto con l'ingegnere Ferramolino da Bergamo e portato a termine nel 1554-55 dal suo successore De Vega, consistette nell'inserimento di una muratura bastionata ai vertici del poligono delle mura trecentesche. Il nuovo impianto riprese quindi le indicazioni offerte dal tracciato esistente articolandolo in nodi attrezzati. Secondo le fonti locali, già ampiamente citate, i bastioni sarebbero quello dei Bagni, dell'Alfiere, di Sant'Agata, di San Salvatore e De Vega.
La loro realizzazione segue il passo delle innovazioni dell'epoca in materia di difesa militare, frutto della scoperta e dell'impiego delle armi da fuoco: minore altezza delle mura, maggiore spessore, muratura inclinata e diversità della loro forma che in pianta si presenta molto sporgente rispetto al filo della parte sommitale, "a cuore", costituita da facce, orecchioni e fianchi per la difesa radente del muro di cinta.
C'è da dire, però, che in alcune protezioni aeree del camminamento di ronda a guardia della Porta San Calogero, si evidenziano una serie di merlature che denunciano una difesa realizzata sia con armi da fuoco che con armi da tiro. E sempre lungo il tratto in questione, in posizione intermedia tra i suddetti bastioni, è possibile notare quattro mensole con profilo a doppia voluta che molto probabilmente sorreggevano una bertesca con caditoia, caratteristica di una tecnica di difesa non completamente soppiantata dall'uso della polvere da sparo.
A Simancas, in Spagna, sono custodite due rappresentazioni grafiche del progetto di ampliamento della cerchia muraria: una dovuta a Gabrio Serbelloni che prevedeva sostanzialmente il restauro e soprattutto la riorganizzazione del vecchio sistema difensivo federiciano risalente al 1350, l'altra a Tiburzio Spannocchi del 1578, che perimetrava, inglobandolo al resto della città murata, anche il borgo dei Figuli a quel tempo in piena attività produttiva di maioliche'.

Quest'ultimo progetto dovette avere un mero carattere di recupero storico dell'area del primo stanziamento dei Tiguli", motivato forse anche dalla presenza di diverse emergenze architettoniche che sorsero in quell'area durante le fasi di espansione della città, ma non da ragioni di strategia militare. Di fatto, il potere spagnolo disponeva per la prima volta di uno strumento di controllo totale del territorio e ciò avveniva tramite la descrizione precisa di tutte le aree geografico-militari del litorale siciliano,assicurate all'attenzione dello Spannocchi e del Camilliani sin dal 1584.
Questi interventi, comunque, non mutarono il circuito delle mura già determinato dalla crescita demografica di Sciacca verificatasi principalmente tra il XIII e il XV secolo e causato da due fenomeni migratori: quello del gruppo etnico di origine ebrea, più compatto, e quello di altri gruppi di origine varia costituiti da catalani, albanesi, toscani, genovesi e veneziani. E se questi ultimi nell'aggregarsi agli abitanti locali determinarono una priorità di direzione E-O, il gruppo ebreo, col suo differetiziarsi dai gruppi etnici indigeni, diede luogo ad un'altra direzione di espansione verso Palermo, capitale del nuovo Regno.
Possiamo dire in sostanza che la localizzazione dei primi insediamenti, quello arabo e poi normanno, rappresentò una sorta di indicazioni per le successive fasi di sviluppo della città. Ed anche le localizzazioni delle porte nelle stesure dei due circuiti murari sembrano sottolineare una continuità direzionale: porta San Salvatore e porta di Mare sostituiscono gli accessi di porta Mazara e porta Sant'Elmo.
C'è ragione di credere che nel tracciato dell'ampliamento delle mura, la situazione geo-morfologica non abbia costituito il solo condizionamento della forma del circuito, né la componente tecnica la sola determinante di esso, ma che siano entrati in gioco elementi di carattere antropomorfico. Recenti studi in materia di fortificazioni hanno dimostrato che il momento del fortificare è lega o, fino al tardo Rinascimento, all'esigenza dell'edificazione di un "limes" sacrale, spesso preceduta o accompagnata da manifestazioni di ritualità augurali e propiziatrici. Tutto ciò ha portato anche ad un'allegoria della forma del circuito murario, che potrebbe essere riassunta nel tema dell a "stella", figura prestigiosa e ricorrente nella letteratura del sec. XVI. La configurazione dei punti nodali del circuito, che poi determineranno le opere di bastionamento del '500, nasce insieme alla città.
In quest'ottica, i due castelli esistenti a Sciacca diventarono due elementi di un sistema di guardia del territorio che gravita intorno a essa: accade sempre infatti che anche quando, come in questo caso, i castelli sono microcosmi autosufficienti, sono destinati ad inserirsi in un sistema più complesso.
Nel caso di Sciacca, come del resto anche altrove, la recinzione della città con le mura seguì il preesistente impianto residenziale. La prioritaria direzione di sviluppo E-0, è senz'altro legata alla città quale passaggio nei collegamenti di più ampia portata; come l'asse viario Agrigento-Mazara che ha determinato isolati fortemente allungati e suddivisi da vie larghe longitudinali e vie strette trasversali.
Il circuito murario è rappresentativo dei nuovi contenuti che proponevano la necessità di un modello; il suo andamento segue il perimetro dei borghi e quello dei borghi privilegia un asse territoriale il cui maggiore significato culmina nelle porte urbane. La Porta Bagni, che segnava il punto di accesso ad oriente venne demolita nel 1861.
Di Porta di Mare rimangono solamente le tracce degli archi acuti ancora leggibili sulla facciata della chiesa quattrocentesca di Sant'Antonio Abate, mentre della Porta San Salvatore di ispirazione rinascimentale, posta ad occidente e risalente al 1580, è possibile leggere l'arco e le due colonne sostenute da due elefanti stilofori. La facciata esterna è ornata di arabeschi in forma di volute secondo il tradizionale gusto spagnolo-moresco; la sommità delle due colonne è definita da capitelli in stile ionico delimitati da rosette e teste leonine mentre, a coronamento della Porta, su tre mensole aggettanti, sono contenuti gli stemmi della casa d'Austria, quello di Sciacca e della famiglia Sotomajor, cui apparteneva il Capitano della Città.
La Porta Palermo, di recente restaurata, è inv`éce un rifacimento del 1753, durante il regno di Carlo III di Borbone. Il retroprospetto è degno di nota per la presenza degli antichi battenti
lignei rinforzati con bande di ferro, mentre la facciata esterna, di gusto barocco, è assimilabile ad un arco di trionfo, costituito da quattro semicolonne doriche a bugnato, sormontate dalla trabeazione che sostiene l'attico intonacato. Nell'attico, due paraste bugnate inquadrano la lastra commemorativa e sono affiancate da volute che le collegano a due piedistalli su cui poggiano gli acroteri incoronati da pigne. Una grande aquila in pietra, lo stemma della casa dei Borboni, definisce in alto la Porta con piccoli inserti geometrici, acroteri e volute.
A Nord Est, risalente al XVI secolo e inglobata in una vasta porzione di mura coeve, si innesta l'ultima delle Porte: quella di San Calogero, rivolta verso il Monte Kronio e la costa africana. Dovendo ricoprire un ruolo puramente funzionale di accesso urbano, la Porta ha un aspetto marziale ed è costituita da diciassette blocchi di calcarenite bioclastica, priva di decorazioni che caratterizzano la ricerca plastico-architettonica delle altre due. Al di sopra del grosso concio di chiave dell'arco a tutto sesto, un incavo segna la presenza di un presumibile stemma araldico.

segue...