Le indagini e il restauro

L'intenzione progettuale del restauro delle Mura di Sciacca è stata concepita, sin da principio, come azione organica e unitaria di consolidamento, di recupero e conservazione del manufatto nella specifica differenziazione per pani efasi progettuali Ciò non per questione puramente metodologica ma per ristrettezza della dimensione finanziaria a disposizione della Soprintendenza ai BB.CC.AA. di Agrigento che ne ha diretto i lavori.

Pertanto si è ritenuto di intervenire sul tratto di Mura che dal bastione San Calogero arriva, proseguend da Nord, fino al castello dei Luna. Questo tratto lungo circa 500 metri, presenta un paramento murario e caratteristiche costruttive omogenee in tutto il suo percorso, necessitando più degli altri tratti, di urgenti e immediati interventi di consolidamento al fine di poter bloccare i devastanti fenomeni di erosione e degrado della materia.
I1 metodo di lavoro e la previsione di diverse fasi intereventuali ha dovuto tener conto di un duplice livello di considerazioni. Il primo, relativo all'individuazione dei problemi generali e specifici posti dal manufatto in questione, da tramutare in precisi temi di progetto con le loro soluzioni di intervento; il secondo, di attenzionare le future fasi progettuali, senza compromettere nel tempo l'esito finale e complessivo di tutte le operazioni previste o la relativa autonomia di una singola fase rispetto ad un'altra.
Il restauro della cinta muraria ha rappresentato dunque una proposta di intervento organico che, a partire dai presupposti appena esemplificati, è giunto alla necessaria fase propedeutica che si è concretizzata con una campagna di studi, rilievi, analisi e indagini geologico-diagnostiche per una più approfondita conoscenza dell'insieme costruito.
La figura dell'architetto integrale, teorizzata da Gustavo Giovannoni e tuttora sfornata dalle facoltà di Architettura italiane, nel caso in specie, si è tradotta nella presenza di varie professionalità che hanno contribuito alla ricostruzione della storia del monumento, per qualificare e quantificare anche il generale stato di degrado in tutti i suoi aspetti.
Il coordinamento dei dati pro,cific dotti nei vari settori specifici d'indagine ha reso possibile la formulazione di un progetto di conservazione che, unitamente alla inalienabile intuizione, ha saputo formulare proposte organiche ed interventi metodologicamente corretti, escludendo, di fatto, ogni tipo di empirismo spesso dannoso e purtroppo irreversibile.
La prima fase di ricerca ha privilegiato il rilievo geologico che è stato effettuato lungo tutto il perimetro murario, evidenziando nel a maggior parte dei casi, la presenza di banchi di calcareniti organogene piuttosto cementate, il più delle volte poste come piano di fondazione del basamento murario. Diaclasi subverticali interrompevano l'originaria continuità del litotipo creando volumi rocciosi da consolidare e/o placcare. il quadro fessurativo presente nella compagine muraria ha comunque escluso responsabilità del sistema fondale nei riguardi della stabilità della struttura monumentale, che in alcuni casi, per la presenza di fratture beanti, ha previsto un intervento nelle cavità d'interfaccia con malte cementizie non spingenti e iniettate a bassa pressione.

Lo studio che riguarda verifiche statiche è condotto sulla scorta delle nu ve norme tecniche per le costruzioni in zona sismica e in particolare ci si è occupato, in base ai dati a disposizione, dei fattori di sicurezza, sia nei riguardi della stabilità del complesso terreno-manufatto, che del comportamento sott o le azioni esterne. Nello specifico sono state eseguite una serie di perforazioni in fondazione lungo il bastione San Calogero impiegando dei tubi in pvc del diametro di 12 cm., inclinati in maniera tale da raggiungere l'asse della fondazione con l'estremità poggiante sullo strato resistente, muniti di valvole di non ritorno ad intervalli regolari di 33 cm.

Dal punto di vista tecnico il metodo ha consentito di adattare pressioni e volumi di iniezioni (sospensione cementobentonite) alla ricettività del terreno che nei due strati differenziati si è trasformato in conglomerato ad elevata coesione, raggiungendo così l'obiettivo di migliorare le caratteristiche del piano fondale ed evitare nel contempo le onerose opere provvisionali per le
più classiche sottomurazioni.
Per il ripristino della continuità delle aree fortemente erose e in fase di distacco, al fine di ristabilire la resistenza a compressione originaria del materiale e di contrastare adeguatamente eventuali sforzi di trazione dovute a sollecitazioni flettenti, è stata ricostruita la massa muraria con muratura in sostruzione per lo più attinta da cumuli ove si erano verificati i crolli.
La fase del consolidamento delle strutture in elevato è stata invece preceduta da una attenta analisi dei materiali litoidi e delle malte di allettamento. Ciò ha permesso l'intervento con bonifiche compatibili e ove realmente necessarie. Ad eccezione dei puntoni, realizzati in calcarenite del luogo, la pietra impiegata è risultata sempre la stessa: un calcare giallastro fossilifero interessato da fenomeni di disgregazione con caduta spontanea di materiale sotto forma di polvere.

Talvolta la superficie della pietra è risultata ricoperta da dure concrezioni di carbonato di calcio che le conferivano all'esterno un colore rossastro, mentre la matrice legante era composta da calcite micritica con struttura abbastanza uniforme spesso disgregata a causa dell'azione meccanica esercitata dall'apparato radicale della vegetazione ruderale rigogliosissima; in alcuni campioni è stata riscontrata la presenza di gesso, ovvero cristallizzato lungo preesistenti fessure e al contatto tra i granuli e il legante.
Da analisi eseguite in diffrattometria ai raggi x e al microscopio elettronico a scansione è stato possibile individuare la matrice chimica della malta risultata confezionata con calce aerea ed inerte siliticocarbonatico; inoltre il legante possedeva un basso contenuto di magnesio pressoché privo di consistenti grumi da cattivo spegnimento: questo ci ha indicato che la calce è stata ricavata dalla cottura di calcare abbastanza puro con buona resa di grassello peraltro ben stagionato.
La malta di allettamento de conci squadrati, impiegata ne puntoni, ha mostrato sostanzialmente gli stessi caratteri composizionali e strutturali delle malte impiegate nei tratti di muratura in pietrame informe. L'unica differenza riscontrata consiste nella più uniforme granulometria dello scheletro in quanto privato della componente più grossolana.



Alla luce delle indagini effettuate e dopo aver eseguito una attenta restituzione grafica e fotografica è stato possibile scegliere metodi e materiali idonei per il consolidamento e restauro della struttura muraria, ovviando così ai possibili effetti collaterali che si ottengono usando, in casi come questo, iniezioni di boiacca cementizia o di resine epossidiche.
Si è quindi provveduto a razionali puntellamenti dei tratti di mura più ammalorati per passare al vero e proprio consolidamento attraverso bonifiche con malte a base di grassello di calce pura, perfettamente idrata ed esente da residui non spenti (calcinelli o bottaccioli), carbonati finissimi e materiale fittile macinato alla molazza.

In superficie sono stati integrati gli ammanchi e le lacune con pietrame calcareo del luogo di variegata pezzatura, interrotto da filari di argilla cotta, ricalcando l'antica tecnica dei ri corsi paralleli, sfalsati però, rispetto a quelli originari; ciò ha permesso di evidenziare con semplicità il nuovo intervento, rifuggendo così da ogni tentazione mimetica.
Una problematica comune alle tre Porte è stata individuata soprattutto nell'area basamentale, laddove la risalita igroscopica dell'acqua era maggiore e si estrinsecava con decoesioni di materiale litoide e abbondanti migrazioni di sali. Ma anche la formazione di grosse concrezioni, le cosiddette croste nere ricche di solfato di calcio, si manifestavano sulla superficie della pietra insieme alla formazione di diversi organismi biologici.

L'azione aggressiva delle alghe verdi ha svolto nei confronti della calcarenite la microsolubilizzazione dei suoi costituenti minerali che insieme alle formazioni licheniche di tipo foglioso ha provocato la decoesione dei granuli e l'aumento della porosità. Inoltre i cornicioni e i fornici delle Porte sono risultati essere ideale ricovero per intere colonie di piccioni, provocando ulteriori forme di degrado a causa dei depositi di guano.

Dopo una serie di indagini sulle tecniche di pulitura si è optato sia per quelle a secco che a umido. Dove le croste erano ben cementate è prevalsa la tecnica a secco con trattamento aereoabrasivo di precisione, eseguita con ugelli del diametro di 0,81,2 mm., utilizzando polveri abrasive a granulometria differenziata.
Sulle aree protette dalle cornici e sugli elementi decorativi dove le concrezioni erano più tenaci, il trattamento a secco è stato preceduto da impacchi emollienti di argilla assorbente (Sepiolite) e polpa di cellulosa addizionate con carbonato di ammonio in soluzioni blande, mentre le superfici ad intonaco sono state dapprima disinfestate dagli agenti biodeteriogeni con un biocida a lungo tempo d'azione (Preventol al 20% in soluzione acquosa) e poi integrate con malta di polvere cellulosica (polifilla), additivata con resina acrilica in emulsione acquosa (Primal AC 33), inerti selezionati e pigmenti nattirali.



Alcune parti in pietra estremamente alveolizzate sono state armate con microbarre in VTR del diametro di mm. 3 e 6, fissate con resina epossidica bicomponente prepolimerizzata (Eurostac 2001 al 20% in soluzione di Solvostac CES 2004), mentre le lacune sono state integrate avendo cura di rispettare le labbra del materiale litoide originale e poi gradinate manualmente con gradine in widia a tre dentelli leggermente in sotto squadro.
L'ultima operazione di restauro ha riguardato la protezione superficiale delle calcareniti, attraverso l'applicazione di uno strato di silicato di etile (Kratos Alfa-Rankover), quanto più sottile ed uniforme, tale da opporre un'apprezzabile resistenza alla penetrazione dell'acqua meteorica e dei composti gassosi inquinanti.

Sul restauro di Porta Palermo particolare interesse ha destato la presenza delle due ante lignee originarie risalenti al 1753 regnando Carlo 111 di Borbone. Prima di iniziare qualsiasi tipo di intervento riabilitativo sono stati osservati al microscopio alcuni campioni prelevati dallo specialista entomologo ed è stato possibile accertare che le degradazioni erano dovute principalmente alla presenza di insetti appartenenti alla famiglia degli Anobidi.
La continua esposizione delle ante agli agenti atmosferici e la mancanza di manutenzione e di adeguate misure protettive avevano favorito l'insediamento di funghi xilofagi responsabili della cosiddetta caile bianca, causa del degrado biotico della matrice legnosa interna e superficiale.
Un primo intervento, dato che bisognerà proseguire le indagini integrando lo studio con esami istologici per l'individuazione delle specie botaniche e dendrocronologici per l'esatta datazione del manufatto, ha compreso la liberazione di alcune parti lignee a contatto con la muratura attraverso adeguati isolanti a base di guaine rigide o liquide, la disinfestazione delle ante con prodotti a base di permetrina additivati con elementi ad azione fungicida e battericida a base di Diclorofene e il consolidamento con prodotti a base di resine a bassa densità, opportunamente diluiti, da iniettare in profondità.
La fruizione il problema della conservazione e fruizione della cinta muraria di Sciacca è stato affrontato tenendo conto del duplice aspetto dell'opera d'arte, culturale e materico. Ciò ha richiesto l'acquisizione di due tipi di conoscenza, di natura storico-estetica l'uno (individuazione del valore culturale del bene e definizione dei criteri metodologici di intervento), di natura tecnologica l'altro (definizione e identità della struttura dei materiali da conservare e riconoscimento sia dei processi di degrado che delle tecniche di conservazione e restauro più moderne).

Sostenere la fruizione di una parte della cinta muraria è stata una scelta quasi obbligata, agevolata soprattutto dalle caratteristiche di sobria aulicità e dalla naturale vocazione della struttura fortificatoria: queste valenze hanno trovato un valido conforto nel legittimo auspicio dell'Amministrazione Comunale, oltre che della stessa Soprintendenza, a che il recupero del manufatto architettonico potesse coincidere con il recupero della memoria
storica della comunità, ed agendo da catalizzatore, contribuire contemporaneamente al rilancio Culturale e socioeconomico della città.
L'operazione di restauro e di mise in valeurhanno interpretato quindi il naturale segnale indicatoci dal monumento che, tradotto nella nostra vita contemporanea, ha reintrodotto, riprogettandolo, il significato primigenio di quell'evento del passato, dove sentinelle mute scrutavano l'orizzonte e dove ancora oggi, attraverso una linea ideale tracciata dall'occhio, come attente si osservavano le vedette di un tempo pronte ad annunciare col fuoco le incursioni alle coste, è possibile segnalare, dagli spalti nuovamente percorribili da passerelle sospese in legno e ferro, lontane navi o roboanti temporali maghrebini.